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Sa Limba sarda*

 

 

GIOVANNA TONZANU

ESCUELA OFICIAL DE IDIOMAS DE QUART DE POBLET

© 2008 Midesa s.r.l.

 

 

Scopo del presente articolo è dare una visione d’insieme del sardo, lingua ritenuta in pericolo di estinzione dall’Unesco e attualmente al centro di accesi dibattiti interni volti a una sua normalizzazione e unificazione. Processi, entrambi, ancora in via di sviluppo e difficili da esemplificare. Tale situazione rende pertanto difficile un tentativo, come quello che si propone il presente testo, di rappresentarne soprattutto la morfologia e la fonetica come forma unica. Si spera, tuttavia, di riuscire in qualche modo a darne una visione generale, seppur suscettibile di cambiamenti derivanti dai possibili sviluppi del processo di standardizzazione.   

 

Cenni storici

 

Il sardo o Sa Limba è una lingua romanza parlata in Sardegna, la seconda isola più grande del Mediterraneo dopo la Sicilia. Tuttavia, per caratteristiche fisiche, la Sardegna è da considerarsi l’unica vera isola del Mediterraneo occidentale soprattutto per le distanze che la separano dalla terraferma, dato che la costa più vicina è quella nord-africana. Tali elementi spiegano, in parte, la diversità storica dell’isola.

 

Il territorio della Sardegna è prevalentemente montuoso e collinare con alcune zone pianeggianti, la più estesa delle quali è il Campidano. I fiumi hanno carattere torrentizio e molti sono sbarrati per formare laghi artificiali per l’irrigazione. Le isole più importanti sono: la Maddalena, l’Asinara, San Pietro e Sant’Antioco.

Le prime testimonianze certe di insediamenti umani risalgono al Neolitico, periodo nel quale si diffuse la civiltà Nuragica i cui resti sono i caratteristici “Nuraghi”, enormi costruzioni di origine misteriosa probabilmente destinati alla difesa e al culto. Nel VII secolo a.C. iniziò la colonizzazione fenicia nel sud dell’isola e nel III secolo a.C. l’isola passò sotto il dominio romano. La penetrazione del latino fu lenta e difficile, soprattutto nelle zone interne ma, proprio a causa dell’isolamento geografico della Sardegna, tale influenza linguistica fu forte e duratura. Con il disfacimento dell’Impero Romano, l’isola passò prima sotto il dominio dei Vandali e poi sotto l’Impero Bizantino la cui debolezza impedì che il greco fosse effettivamente utilizzato come lingua ufficiale. Alla fine di questo periodo i Sardi cominciarono a utilizzare la propria lingua anche nella redazione dei documenti ufficiali.

Nell’XI secolo fu divisa in quattro “Giudicati” (Cagliari, Arborea, Torres e Gallura) corrispondenti grosso modo alle quattro province storiche. Il giudicato più longevo fu quello degli Arborea di cui Eleonora da Arborea fu l’ultima rappresentante. Fu proprio questa giudichessa a promulgare la Carta de Logu (1392): un codice civile e penale di grande modernità che rimase in vigore fino al 1827.

Nei secoli XI e XII l’influenza maggiore sull’isola, soprattutto sulle due maggiori città, fu quella esercitata dalle potenze di Pisa e Genova. Proprio in questo periodo iniziò la differenziazione linguistica che diede origine alle due varietà principali: il logudorese al nord e il campidanese al sud. I rapporti con le Repubbliche Marinare italiane influirono profondamente sulla lingua parlata in Sardegna e l’influsso dell’italiano sul sardo continuò anche nel periodo di dominio catalano prima e spagnolo poi. Infatti, nel 1297 papa Bonifacio VIII infeudò la Sardegna a Giacomo II d’Aragona, anche se la conquista dell’isola avvenne solo nel 1478 con la sconfitta sarda nella battaglia di Macomer. A ogni modo, già dal 1323 la lingua ufficiale dell’isola fu il catalano, il cui uso non cessò neanche dopo l’unificazione della corona di Aragona con quella di Castiglia. Lo spagnolo comparve nel 1602, ma come lingua ufficiale sostituì il catalano solo nel 1643 e si conservò negli atti ufficiali fino alla seconda metà del XVIII secolo, anche se molti parroci continuarono a usarla fino al 1780 per redigere gli atti di battesimo.

Dopo alterne vicende, nel 1714 la Sardegna passò, con il Trattato di Utrecht, all’Austria che nel 1718 la consegnò ai Savoia in cambio della Sicilia. Da quel momento si costituì, con il Piemonte, il Regno di Sardegna che determinò un nuovo cambio di lingua ufficiale, questa volta l’italiano. Nel 1860 il Regno di Sardegna entrò a far parte del Regno d’Italia che si costituiva in quel momento.

Dal 1948 la Sardegna è una delle cinque regioni italiane a Statuto Autonomo, attualmente divisa in otto province: Cagliari (capoluogo di regione), Sassari, Nuoro, Oristano, Olbia-Tempio, Ogliastra, Medio-Campidano e Carbonia-Iglesias (le ultime quattro di recentissima costituzione). Ha una popolazione di circa 1.600.0000 abitanti ed è, pertanto, la comunità numericamente più consistente fra le minoranze etnolinguistiche presenti in Italia. Infatti, agli abitanti dell’isola bisogna aggiungere almeno un altro milione di sardi residenti fuori ma che spesso conservano forti legami anche grazie alla lingua.

 

Aspetti linguistici

 

La Sardegna, oltre all’italiano, che è la lingua ufficiale, presenta una notevole varietà di parlate distribuite nelle diverse aree dell’isola.

·        Nell’area settentrionale, ne La Maddalena, nella Gallura, nella zona di Sassari e nella zona costiera dell’Anglona, si parlano il sassarese e il gallurese caratterizzati da influssi italiani e toscani risalenti già al predominio pisano e genovese nei secoli XII-XIV e a una massiccia immigrazione dalla Corsica.

·        Nella città di Alghero resiste il catalano, ultima traccia della dominazione catalano-aragonese in Sardegna della quale la cittadina era un caposaldo.

·        A Carloforte e Calasetta si parla il tabarchino, dialetto di origine ligure e derivante da una colonia di Pegli procedenti dall’isola di Tabarca.

·        Nel resto dell’isola si parla la lingua sarda con le due principali varietà: il logudorese (più tradizionalmente conservativo rispetto al latino) nell’area settentrionale e il campidanese (più aperto agli influssi esterni, soprattutto a livello fonetico) nel sud dell’isola.

 

Il logudorese si suddivide poi in tre principali sub-varietà:

 

1.      logudorese settentrionale che sconfina nella Gallura;

2.      logudorese comune nella zona centro occidentale;

3.      logudorese nuorese o barbaricino (nell’area centro orientale) che in molti considerano autonomo per la spiccata arcaicità.

 

Se a nord sono netti i confini tra il gallurese, il sassarese e il logudorese, a sud le differenze tra il logudorese comune e il campidanese si confondono in diverse zone intermedie di difficile classificazione.

Nonostante sia oggigiorno suddiviso in centinaia di sub-dialetti − “con infinità di particolari fonetici, morfologici e lessicali che differiscono spesso da un villaggio all’altro” (Wagner, 1997: 47) − in origine il sardo fu una lingua abbastanza omogenea, secondo quanto provano documenti antichi.

Le ricerche compiute finora testimonierebbero, di fatto, una fondamentale unità sintattica e morfologica, il che faciliterebbe non poco il cammino verso uno standard. Infatti, sebbene il logudorese abbia goduto per molto tempo di un certo prestigio, non si è riusciti a diffonderlo come varietà illustre e a creare così una koinè. L’ipotesi di uno standard è quindi ancora in fase di definizione tra tendenze molto diverse fra loro: per alcuni è da ricercare nel logudorese, mentre per altri si dovrebbe basare sul campidanese parlato nell’area più popolata dell’isola e pertanto da un maggior numero di persone; ma non mancano soluzioni intermedie. A questo proposito alcuni obiettano che, se è vero che il campidano è l’area più popolata, il numero di parlanti logudorese è probabilmente più alto, dato che la sardofonia è molto più diffusa nelle zone centrali.

In realtà, le diversità fonologiche costituiscono, senza dubbio, la differenza maggiore tra i dialetti sardi. Per questa ragione, numerosi studiosi sostengono prematura la proposta di una pronuncia standard del sardo, il che non significa comunque che non si possa arrivare a una norma comune per il sardo scritto.

La questione della standardizzazione della lingua sarda è piuttosto spinosa e ha visto negli ultimi tempi la nascita di diversi progetti che hanno suscitato un vivo dibattito dai toni spesso piuttosto accesi.

La questione linguistica si associò inizialmente anche a un movimento regionalistico e nazionalistico che si sviluppò soprattutto dopo la prima guerra mondiale (Partito Sardo d’Azione) che riprendeva i concetti del sardismo ottocentesco difensore dell’autonomia sarda derivante dai Giudicati e dal Regnum Sardiniae (in parte poi riconosciuta dallo statuto di autonomia regionale del 1948). Dagli anni settanta è andata via via aumentando anche la rivendicazione culturale, parallelamente a quella linguistica.

L’iter per il riconoscimento della lingua sarda si può dire che sia iniziato già nel 1948 con l’articolo 6 della Costituzione Italiana secondo cui: “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”. Tale norma ha dovuto, però, aspettare fino al 15 dicembre del 1999 per trovare un’attuazione legislativa nella Legge 482 Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche in base alla quale, dopo cinquant’anni, si stabilisce che l’italiano è la lingua ufficiale della Repubblica e il sardo è riconosciuto come una delle lingue minoritarie dello Stato Italiano.

Ma già in precedenza c’era stata la Carta Europea delle lingue regionali o minoritarie e nel 1997 la Regione Sardegna ha promulgato la Legge numero 26 per la Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna grazie alla quale il sardo può utilizzarsi in condizioni di ufficialità con l’italiano.

Tra le iniziative di questa legge c’era la proposta di una Commissione incaricata di presentare una proposta di ortografia unificata da usare nei documenti ufficiali regionali. La Commissione, dopo qualche tempo, ha presentato una proposta che comprendeva oltre all’ortografia anche norme per una lingua unificata: la Limba Sarda Unificada (LSU). Questa, partendo dal presupposto che le varietà sono riconducibili a matrici comuni benché alterate da esiti fonetici e morfologici alle volte distanti, manifestava la necessità di una lingua che raggiungesse la totalità dei sardi e fosse contemporaneamente di facile apprendimento e insegnamento, lettura, ascolto e intelligibilità reciproca, oltre a fornire un modello di pronuncia di riferimento. La LSU si proponeva quindi come una lingua “naturale” ma elaborata tramite “correttivi”; una lingua “sovralocale” e pertanto complementare rispetto alle parlate locali alle quali avrebbe dovuto fare da “tetto”.

Fin dalla sua apparizione la LSU ha suscitato moltissime polemiche perché ritenuta, da alcuni, troppo vicina alla varietà logudorese e “artificiale”, in quanto tentativo di costruire a tavolino una variante sovralocale. A questo si deve aggiungere la polemica sul latino, che è passato da elemento di prestigio a elemento di scontro. La LSU, infatti, si proponeva di “prendere come base di riferimento per ciascun fenomeno il latino” (Regione Autonoma della Sardegna, 2001: 7) e già nella premessa si parlava di selezione di “quelle varietà più vicine alle origini storico-evolutive della lingua sarda”. Tale punto di vista ha provocato il rifiuto dei parlanti del campidanese, varietà che più si è evoluta, i quali sostengono che la vicinanza al latino non può essere presa come elemento di preferenza. Per tutti questi motivi la LSU non ha raccolto i consensi necessari per una sua applicazione.

Una soluzione opposta alla LSU era la Lingua de mesanía, presentata da un comitato che, con il fine di superare la tensione che si era venuta a creare, aveva proposto come lingua dell’amministrazione regionale una delle varianti della fascia mediana della Sardegna dove, per un fenomeno naturale e storico, la lingua ha sviluppato un intreccio paritario tra le due macro-varianti logudorese e campidanese. Tale variante richiama in qualche modo la varietà arborense della Carta de Logu compresa e usata a livello giuridico e amministrativo da tutti i sardi. Il tentativo è chiaramente di evitare a tutti i costi le scelte che privilegino una sola delle due varianti, con il fine di diminuire le storiche divisioni e semplificare il cammino verso uno standard comune.

Nel maggio del 2005 la Regione, cercando di superare gli ostacoli della LSU ha, pertanto, nominato un’altra commissione tecnico-scientifica che, nel mese di settembre dello stesso anno, ha fatto una nuova proposta: Sa limba sarda comune. Con questo progetto la Regione si è nuovamente impegnata a incoraggiare, in tutte le forme, i sardi a usare ciascuno la propria variante di sardo, ma ha sposato l’esigenza dell’amministrazione di averne una sola, molto probabilmente scelta tra le varianti delle zone centrali dell’isola (anche se ancora non si è decisa quale). A differenza della LSU sarà, quindi, una lingua effettivamente parlata e non artificiale. Questa varietà linguistica naturale dovrà costituire un punto di mediazione fra le parlate più diffuse e sarà aperta a integrazioni provenienti da altre varianti, con il fine di assicurare la sovramunicipalità e la semplicità del codice. In questo modo si spera di avere una variante ufficiale aperta da utilizzare come lingua ufficiale in alcuni atti dell’amministrazione regionale e che sia comprensibile in tutta la regione.

La stessa commissione ha iniziato anche i lavori per uniformare l’ortografia delle diverse varianti e ha preparato un questionario conoscitivo che sarà distribuito a un campione di sardi per verificare come, e quanto, parlino ancora sa limba e cosa pensano del suo utilizzo negli atti ufficiali della giunta regionale.

Non esistono, infatti, studi e indagini recenti ed esaustivi sullo stato del sardo, né sul suo attuale statuto socio-linguistico e simbolico. L’ultima indagine sociolinguistica che abbiamo potuto consultare risale al 1988 (Sole, 1990) e da essa risultava che solo un 10% circa dei genitori sardi non parlava per niente in sardo, mentre la percentuale nei figli raggiungeva il 35%, e il 70% di questi ultimi dichiarava di sentirsi più a proprio agio con l’italiano.

Questi dati dimostrano la scelta cosciente dei genitori sardi di non parlare la loro lingua ai propri figli con la convinzione che essi, avendo come madrelingua l’italiano, possano avere migliori opportunità di inserimento nella società.

L’alto indice di abbandono, il basso rendimento scolastico e le maggiori difficoltà scolastiche dei bambini sardofoni constatati dai dati degli ultimi anni (Pinna Catte, 1992), derivano dal fatto che la coesistenza dell’italiano e del sardo ha creato un’interferenza reciproca la quale determina che l’italiano regionale parlato in Sardegna sia fortemente influenzato dalle strutture grammaticali del sardo e, in generale, si presenti con “una serie di strutture linguistiche intermedie che vanno dall’italiano regionale ai dialetti italianizzati” (Bolognesi, 2000: 1).

 Tale problema ovviamente non si risolve evitando l’uso del sardo, relegandolo a lingua di minore dignità rispetto all’italiano ma, al contrario, cercando di separare le competenze delle due lingue, processo al quale si può arrivare solo attraverso la conoscenza del funzionamento dei due codici, e non di certo con la semplice negazione di uno di essi.

Come è tipico di una situazione di bilinguismo con diglossia, l’italiano e il sardo hanno costituito un continuum caratterizzato dall’unione fra le due lingue (spesso difficilmente riconoscibile da parte dei parlanti stessi) e da frequenti passaggi da un codice all’altro. Il sardo viene fondamentalmente usato, ormai, solo nei contesti molto informali e l’italiano nei contesti formali e informali. Tuttavia, mentre per alcuni tale situazione è di diglossia, per altri in realtà è di dilalia[1], soprattutto in molti centri urbani dell’isola nei quali si può costatare come l’italiano abbia ormai un ruolo preponderante e spesso unico e non solo nella lingua formale.

La situazione di emarginazione del sardo è stata messa in evidenza dall’analisi delle lingue minoritarie contenuta nel rapporto dell’Unione Europea denominato Euromosaico. Il sardo risulta essere la seconda lingua minoritaria in Europa per numero di parlanti ma la 43ª delle 50 prese in esame riguardo l’uso familiare, nella comunità, nelle istituzioni e nell’istruzione, la riproduzione culturale e il prestigio. E se è vero che una causa di questo può essere esterna, un’altra è costituita dall’atteggiamento inconsapevolmente diglossico degli stessi parlanti che hanno via via relegato il sardo ad ambiti d’uso sempre più ristretti fino a escluderlo, come si diceva prima, addirittura anche dall’ambito familiare: “un rifiuto della lingua dovuto alla connotazione negativa che tali lingue hanno in quanto si vedono relegate, assieme ai loro parlanti, in un mondo considerato ‘tradizionale’” (Nelde, Strubell, Williams, 1996: 24). Si è pertanto instaurato un circolo vizioso che determina il regresso del sardo. Infatti, con il loro atteggiamento linguistico, gli stessi sardi che si considerano moderni e/o vogliono autopromuoversi socialmente, ne limitano l’uso a persone e contesti socialmente poco competitivi (“tradizionali”), confermando e rafforzando, in tal modo, il giudizio negativo sui sardoparlanti.  

Alcune inchieste realizzate negli ultimissimi anni hanno addirittura evidenziato come i giovani sardi identifichino il sardo con una lingua rozza (“grezza” nell’espressione dei giovani intervistati). Sfortunatamente tale giudizio è in parte vero a causa del circolo vizioso del quale si parlava prima: “Estromesso dalle interazioni socio-linguistiche più complesse e formali, che avvengono ancora fra adulti e nelle quali si apprende l’uso socialmente appropriato della lingua, il sardo dei giovani è effettivamente diventato una lingua grezza: spesso è ridotto ad un gergo sgrammaticato” e “infarcito di oscenità e di costruzioni appartenenti all’italiano” (Bolognesi, 2000: 8).

Si tenga inoltre presente che, per quanto riguarda le giovani generazioni, il sardo, come si evidenziava poc’anzi, non si apprende e non si usa più in famiglia; sembra che le uniche interazioni linguistiche avvengano con i nonni (ma con i nipoti normalmente in un ruolo linguisticamente passivo) oppure con i propri coetanei (che hanno normalmente tutti l’italiano regionale come prima lingua) come una sorta di gergo dal quale si autoescludono le ragazze: “La funzione del sardo sembra essere quella di rafforzare linguisticamente la loro identità di giovani (rifiuto della lingua ufficiale degli adulti: l’italiano) e di maschi (uso di un linguaggio trasgressivo, non condiviso dalle ragazze)” (Bolognesi, 2000: 7).

Bolognesi, nello stesso articolo, ricorda la profezia di Antonio Gramsci il quale, nella Lettera a Teresina del 27 marzo 1927, parlando del futuro linguistico del nipotino scrive:

 

Poi l’italiano che voi gli insegnerete sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto con l’ambiente circostante e finirà per apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e a bocconi per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per strada e in piazza.

 

È evidente, pertanto, la situazione difficile in cui si trova il sardo in questo momento sia nell’uso informale sia in quello formale. Infatti, se è vero che negli ultimi anni è cresciuto molto l’utilizzo delle varietà del sardo, negli atti delle amministrazioni locali tale uso non è ancora generalizzato.

Lo stesso si dica per l’insegnamento del sardo praticato ancora a livello sperimentale in diverse scuole ma, anche in questo caso, senza nessuna sistematicità. Invece, dal punto di vista della formazione di un corpo docente, si stanno moltiplicando le iniziative sia sotto il controllo della Regione che attraverso le Università sarde, le quali hanno attivato corsi di alfabetizzazione in lingua sarda e recentemente diversi master in Lingua e cultura sarde, Plurilinguismo e multiculturalismo in Sardegna, Didattica del Sardo. Navigando su Internet si trovano anche diversi corsi di sardo elementare offerti da università straniere le quali, alle volte, promuovono anche importanti iniziative di ricerca. Ne è un esempio quella dell’Istituto di Filologia Romanza dell’Università di Berlino, in collaborazione con quella di Colonia, che comprende un sito web dedicato alla limba e curtura se sa Sardinna con una chat e una raccolta di testi sardi che si è rivelata un ottimo punto di partenza per un uso spontaneo della limba. Numerosissimi sono poi i siti Internet dedicati al sardo con dizionari online, pagine di grammatica e chat. Internet si propone in questi casi come una possibilità per la tutela e la promozione di questa lingua minoritaria. Dal punto di vista degli altri mezzi di comunicazione, invece, il panorama è abbastanza sconfortante: esistono solo alcune TV e radio locali che emettono qualche telegiornale e un paio di programmi in sardo; e i giornali e le riviste si possono contare sulla punta delle dita.

Evidentemente si è ancora ben lontani dal poter assicurare un futuro a questa lingua; ciò nonostante alcune delle iniziative qui enumerate fanno ben sperare, se non altro perché attestano la presa di coscienza di molti sardi della necessità assoluta di una formazione e regolarizzazione che permetta anche ai giovani, e a coloro che vengono da fuori, di imparare il sardo.

 

Aspetti morfologici, sintattici e lessicali

 

Nel Medioevo il sardo era considerato da alcuni scrittori come una lingua strana, confusa e indecifrabile. Nel XII secolo in un dialogo tra due innamorati del trovatore provenzale Rambaldo di Vaqueiras si legge: “Non t’endend plui d’un Toesco/O Sardo o Barbarì”; nel Dittamondo di Fazio degli Uberti: “Io viddi che mi parve meraviglia/Una gente che alcuno non l’intende,/Né essi sanno quel che altri bisbiglia...”. E Dante che nel De Vulgari eloquentia (libro I, cap. XI) dice: “Sardos etiam, qui non Latii sunt sed Latiis associandi esse videntur, eiciamus, quoniam soli sine proprio vulgari esse videntur, gramaticam tamquam simie homines imitantes: nam domus nova et dominus meus locuntur”.[2]

Certo da allora fortunatamente le cose sono migliorate, ma la lotta per un riconoscimento dello status di lingua è ancora in corso. Infatti, un luogo comune fa del sardo la lingua neolatina più conservatrice. Tale affermazione è vera solo per il lessico di alcuni dialetti del sardo che, come vedremo tra breve, hanno conservato un gran numero di parole con forme pressoché identiche al latino. Bisogna però ricordare che la metà del lessico sardo deriva da prestiti antichi del pisano, del catalano e dello spagnolo. 

Dal punto di vista grammaticale, invece, il sardo, considerato nel suo insieme, si discosta abbastanza dal complesso sistema morfologico della lingua latina e dalla sua sintassi.

Pur non esistendo studi comparativi della morfologia tra le due principali varietà, sembra si possa affermare che la morfologia dei vari dialetti sardi sia fondamentalmente unitaria: la morfologia flessiva del nome e dell’aggettivo è praticamente identica, mentre la morfologia derivazionale è ridotta e semplificata notevolmente rispetto a quella latina e delle altre lingue romanze, con una tendenza molto forte alle costruzioni analitiche: appo a faeddare (parlerò, futuro); appo faeddadu (parlai/ho parlato, passato); torrare a faghere (rifare, infinito).

 L’evoluzione dei vari dialetti sardi è stata influenzata solo in minima parte dal contatto con le varie lingue dominanti che si sono succedute nell’isola. Le attuali differenze tra le varietà di sardo sono, in pratica, il risultato di meccanismi interni alle varietà stesse, mentre le differenze principali sono poche e da attribuire a regole di pronuncia sincroniche (Bolognesi, 2002).

Esistono inoltre due tradizioni ortografiche (peraltro conosciute solo da un ristretto gruppo di intellettuali e studiosi) che corrispondono grosso modo al logudorese e al campidanese. Nel sardo a un singolo fonema (e quindi grafema) corrispondono molti allofoni (e quindi pronunce possibili).

Il problema fondamentale è che per molto tempo si è voluto scrivere il sardo con la grafia dell’italiano, lingua che in buona parte si parla come si scrive, il che non si può fare con il sardo, dato che per certi suoni esistenti in alcuni dialetti sardi non esistono, addirittura, neanche le convenzioni grafiche. Sarebbe, pertanto, necessario adottare un sistema di convenzioni grafiche sufficientemente astratto da aggirare i problemi che derivano dall’abbondanza di fenomeni fonologici che caratterizza la maggior parte dei dialetti sardi (Bolognesi, 2002). Lo stesso Bolognesi afferma anche che:

 

le differenze fra questi dialetti sono molto spesso il risultato di ‘regole di pronuncia’ diverse che si applicano a parole che nel lessico (il nostro vocabolario mentale) sono rappresentate in modo uguale. La maggioranza delle differenze fonologiche che esistono fra i dialetti innovativi campidanesi e quelli conservatori del Nuorese e della Baronia sarebbero quindi dovute a meccanismi sincronici, cioè non ‘fossilizzati’ nel lessico (Bolognesi, 2002: 26).

 

Nel limite del possibile, proviamo ora a dare uno sguardo d’insieme alla fonetica.

 

·        Il primo dato da mettere in risalto è la conservazione inalterata delle vocali toniche latine e il sistema di cinque vocali che ignora (a differenza dell’italiano di base toscana) la distinzione tra e ed o aperte e chiuse. L’apertura o chiusura di tali vocali toniche dipenderà dalla vocale seguente, dalla quale vengono condizionate (a,e,o provocano apertura; i,u chiusura) secondo il fenomeno della metafonesi o metafonia.

·        Altro fenomeno antico è quello del betacismo con esiti come betustus, birde e bostru (vetusto, verde e vostro in italiano).

 

In sardo si assiste poi a fenomeni fonetici piuttosto rari nell’area romanza che, secondo alcuni studiosi, sarebbero di origine preromana:

 

·        Nel nuorese il fenomeno conosciuto come colpo di glottide vale a dire l’aspirazione del suono velare di c: su ’asu: su casu (formaggio); fri’cu: friscu (fresco).

·        Il suono cacuminale del nesso dd: caddu (cavallo); pudda (gallina); nudda (nulla) che alle volte viene rappresentato nella grafia sarda con dh o con un puntino sotto la doppia consonante.

 

Altri elementi caratteristici, specialmente nella sua varietà logudorese, sono:

 

·        La tendenza a evitare le consonanti finali (che comunque sono pronunciate con articolazione netta) con l’aggiunta a volte di una vocale supplementare, come per esempio succede nei sostantivi derivati dai temi nominali latini in –men che in sardo danno sempre –mene e –mini; o anche alla fine di un verbo: sa merula cantata e non cantat (il merlo canta).

·        Il fatto più caratteristico del consonantismo sardo dell’area centrale è forse la conservazione delle consonanti velari davanti a e ed i dove si pronuncia /kelu/ (cielo, it.), /kera/ (cera), /deke/ (dieci); mentre nel campidanese è avvenuta la palatalizzazione.

·        Il fenomeno della lenizione riguarda non solo i sostantivi (ape diventa abe) ma anche il gruppo articolo+sostantivo per cui si ha: su puzzu (il pozzo) che diventa su buzzu o sa gula (la gola) diventa sa ula. Tale fenomeno non si manifesta nell’area nuorese.

·        Conservazione dei gruppi di consonanti con l (pl, bl, cl, gl, fl) con successivo passaggio di l a r in gran parte dell’isola, in parole latine come plus: prus, flamma(m): framma, clave(m): crave. Tale passaggio però nelle regioni settentrionali è stato sostituito dal toscano dando esiti come pius e fiamma.

·        Un’altra tendenza antichissima presente solo in Romania è quella del gruppo qua, que, qui: il latino aqua(m): abba; lingua(m): limba.

·        Un’innovazione rispetto al latino invece si trova nel nesso consonantico gn che in sardo diventa nn: magnu(m): mannu; ligna(m): linna.

 

Molti dei caratteri morfologici sono collegati a quelli fonetici.

·        La chiara pronuncia delle consonanti nella variante logudorese fa sì che sopravvivano forme verbali come cantas, cantat; antichi neutri: tempus; plurali in -as; -os: feminas (donne), plurale di fémina; importanti anche perché testimoniano l’aderenza del sardo al plurale “romanzo occidentale” a differenza del sistema vocalico italiano che si rifà al “romanzo-orientale”.

·        Caratteristico è, poi, l’articolo nelle sue quattro forme: su (maschile singolare), sa (femminile singolare), sos (maschile plurale), sas (femminile plurale) che contrastano con le sei forme italiane: il/lo, la; i/gli, le. In campidanese si trovano le forme plurali intermedie is per sos e sas.

·        Diffusissimo in sardo è l’uso del singolare collettivo per indicare piantagioni, coltivazioni, legumi, cereali: sa fae (le fave).

·        I sostantivi della IV declinazione latina sono rappresentati ormai quasi solo in sardo mediante forme terminanti in -u: ficu/figu, manu, lacu, ecc.

·        I nomi dei giorni della settimana conservano la forma del genitivo latino: lunis (die lunis), martis, mercuris, mentre chenàpura (venerdì) deriva dal latino cena pura, nome con cui gli ebrei designavano il cibo preparato per la vigilia della festa del sabato e che testimonia il passato dell’isola come terra di accoglienza per cristiani ed ebrei.

·        Tracce di ablativo latino si trovano in sero, custu sero (questa sera), erisero (ieri sera); ocanno/ocannu (quest’anno).

·        Sono conservati i pronomi personali latini: ego, (d)ego, (d)eo, (d)eu; tue, tui; nos, bos; issu, issa, issos, issus, issas (che derivano da ipse, ipsa, ecc.).

·        La forma latina ipsorum continua in issòro.

·        Ancora oggi il dativo viene sostituito in logudorese da bi = ibi (lat. avverbiale): Proite no bi lu narasa? = Perché non glielo dici?

·        Le coniugazioni del verbo si dividono negli infiniti –are (–ai in campidanese), –ire ad accentazione piana e la forma –ere sdrucciola: àere (avere); bìere (bere), la quale sottrae anche verbi importanti alla terza coniugazione: bènnere (venire); mòrrere (morire).

·        Desinenze del gerundio sono: –ande, –ende, –inde, –ando, –endo. In campidanese –endu, –endi.

·        Già negli Statuti Sassaresi del XIV secolo si trovano i futuri perifrastici del tipo aet mitter (metterà) con il verbo ausiliare al primo posto e con la disposizione opposta a quella italiana mettere ha.

·        L’imperfetto congiuntivo sopravvive in Barbagia, ma nel logudorese si riduce al tipo –eret mentre nel campidanese si impone il tipo –ss come nell’italiano avesse.

·        Il passato remoto è scomparso sia nel logudorese che nel campidanese soppiantato dal passato prossimo (elemento che ne determina l’uso anche in italiano regionale).

·        Participi passati “forti” ereditati dal latino sono nel campidanese lintu (lat. linctus); bittu dal latino volgare bibitus a Nuoro.

·        Una comune forma perifrastica è quella del gerundio presente con il verbo essere: so benninde (a differenza dell’italiano sto venendo).

·        L’imperativo negativo si forma in sardo come in latino: no cretast (non credere) a differenza del costrutto italiano non+infinito.

 

Anche per quanto riguarda la sintassi si può affermare che le varietà interne sono più conservative, nonostante si stiano comunque evolvendo anche per l’influenza dell’italiano.

 

·        Il sardo antico era sostanzialmente basato sulla paratassi e ignorava completamente l’ipotassi, usando solo rare congiunzioni come ca. Le prime congiunzioni sono di origine italiana.

·        La frase interrogativa viene introdotta nel sardo da a: A benis? (Vieni?), a bi sunt? (ci sono?).

·        Emmo (lat. immo) è particella affermativa, così come ei/eia, anche se oggi si usa anche il italiano; no/non, e alle volte la marcata noni, sono le particelle negative.

·        Il gerundio viene spesso usato in sostituzione del participio: s’abba buddende (l’acqua bollente); unu caddu currende (un cavallo in corsa/che correva). Tale struttura passa spesso all’italiano regionale parlato in Sardegna.

·        Altro tratto caratteristico sono le precoci formazioni sintattiche in cui l’oggetto è preceduto o seguito da un pronome: Bidu l’asa a babbu tou? (Hai visto tuo padre?); nadu ti l’appo (te l’ho detto) e similmente nei tempi composti premette il participio passato all’ausiliare: andadu bi sese? = ci sei andato? Anche questa struttura influenza l’italiano regionale.

·        Spesso dopo i verbi di volontà si usa l’infinito preceduto da a al posto dell’oggettiva: no kelzo a b’annare (non voglio che tu ci vada).

·        L’aggettivo qualificativo e il possessivo seguono generalmente il nome: in domo mia (a casa mia); un omine ezzu (un uomo vecchio).

 

Per quanto riguarda il lessico possiamo citare le parole di Devoto e Giacomelli, secondo i quali “l’interesse che riveste il lessico non solo nell’ambito italiano, ma anche in quello più vasto della linguistica romanza è dato in gran parte dalla eccezionalità della sua stratificazione” (Devoto e Giacomelli, 2002: 163).

 

Esistono esempi di parole greche come annaccare (cullare) usato nella zona centrale e derivante da nake (culla), condaghe dal greco kontàkion (raccolta di atti pubblici), cascare (greco casco, italiano sbadigliare). All’arabo si può far risalire il toponimo Arbatax che significa quattordicesimo.

Il lessico latino più arcaico si conserva solo nell’isola o conserva qui significati antichissimi e trasformazioni dall’astratto al concreto. Esempi di tale arcaicità sono: domu/domo (casa), àchina (uva) che in italiano ha dato la parola acino, janna (lat. ianua), ebba (cavalla); lingere (leccare), chida (lat. accita, in italiano settimana). Concretizzazioni di significato si possono esemplificare negli esiti appeddare (lat. appellare) che in sardo significa abbaiare, goddeu (lat. collegium) che si usa per gruppetto di persone o di case, imbennere (lat. invenire, italiano trovare) usato nella zona di Bitti. Esempi di parole latine che continuano solo nel sardo sono: cojuare (lat. coniugare) con il significato di sposarsi o l’esito del latino pollice che dà risultati come poddiche che in sardo significa dito in generale.

Parole che trovano un esito simile solo in Romania sono: edu (lat. haedus, capretto it.), logudorese ischire (lat. scire, it. sapere). “Sono state individuate non poche concordanze tra il sardo, il punico, il libico e l’iberico” (Porru, 1995: 26), ma le lingue usate in Sardegna prima di quella romana sono, tuttora, sconosciute, a parte la punica che ha lasciato parole come zippiri (rosmarino). E secondo quanto afferma Massimo Pittau (1984), i tentativi di riportare le etimologie di origine incerta all’etrusco come la parola muteklu (cisto) che deriverebbe dall’etrusco mutuka o al nuragico, sono ancora da verificare scientificamente.

Le innovazioni rispetto al latino, quando arrivano, collegano il sardo con la Spagna e l’Italia meridionale (per esempio per il fenomeno del betacismo); mentre gli esiti conservatori avvicinano questa lingua alla Gallia o alla Romania, piuttosto che all’Italia. 

Per quanto riguarda le affinità lessicali con la penisola iberica si possono sistemare su tre piani diversi:

 

1.      Sostrato prelatino, per cui parole sarde si riscontrano nel basco: aurri (carpine), giddostru (scopa arborea), presente nel basco gillar; moguru (collinetta) che in basco dà mokór

2.      Comune eredità latina, che in alcuni casi si conserva solo nelle due aree. Per esempio: later che in campidanese dà ládiri e in spagnolo ladrillo; percontare che dà in logudorese pregontare, in campidanese pregontai, in spagnolo preguntar e in portoghese perguntar.

3.    Vera e propria penetrazione di termini catalani e spagnoli derivanti dal periodo della dominazione, riferiti soprattutto all’amministrazione e al diritto (giugi dal catalano, anticamente in sardo judiche; boccinu/buginu/buzzinu dal catalano e dal ministro di casa Savoia Bogino; derrama dallo spagnolo); alle arti e mestieri (piccaparderi/piccaperderi e sabateri dal catalano), al settore della casa e della cucina (barzolu, brazzolu, dal catalano bressol; manta/mantua, cassola, frabica/afabica, ghisau); nonché termini di cortesia (bosté/vosté/vostéi), esclamazioni (in orabonas), avverbi (matessi e aici/asie) e modi di dire (ja lu creo!).

 

Si tenga comunque presente che seppur marcatissima e lunghissima, la presenza catalano-spagnola non modificò la tradizione della lingua sarda.

 

I punti in comune con i dialetti italiani dell’area meridionale sono stati studiati da Gerhard Rohlfs (1972) e mettono in evidenza importanti isoglosse come cras sardo e crai/craje meridionale, in comparazione con il tipo de-mane (nel resto dell’Italia e in Francia). Altro tratto è sa die (femminile) comparato alle forme meridionali di, dia, deje, in italiano il giorno.

Nel Medioevo sono fondamentali gli influssi di Genova su Sassari e di Pisa sulla Gallura e il Campidano. Il sassarese zea riprende il genovese gea (bietola), mentre esempi di toscanismi sono becciu/bezzu (campidanese/logudorese) che ormai hanno sostituito il precedente veclu.

 

Cenni di letteratura sarda

 

       Dare un quadro della letteratura in lingua sarda è alquanto difficile soprattutto perché le vicende politiche che ne hanno caratterizzato la storia e la perdita del carattere unitario della lingua sarda, hanno determinato “le difficoltà di realizzazione in Sardegna di una lingua ‘letteraria’” (Porru, 1995: 22).

Il primo documento della letteratura sarda si può far risalire al XV secolo con un poema dell’arcivescovo di Sassari, Antonio Cano: Sa Vitta e sa Morte, et Passione de sanctu Gavinu, Prothu et Januariu. Argomento e titolo ripreso quasi un secolo dopo da Girolamo Araolla il quale scrisse anche delle rime in un sardo “ibrido” nel tentativo di rendere la lingua sarda meno concreta e più erudita di quanto fosse in quel momento. Nel XVII secolo il sacerdote Matteo Madau scrisse due opere al fine di sensibilizzare i sardi a nobilitare la loro lingua, di cui una, Le armonie de’ sardi (1787), con interessanti osservazioni sulla metrica sarda.  

Nella letteratura in lingua sarda di questi secoli è lampante la mancanza quasi assoluta di composizioni in prosa, mentre proliferano quelle in versi, tanto che si è spesso affermato che “la Sardegna è terra di poesia”.

Tra il XVIII e il XIX secolo ci fu una vera e propria fioritura di poesia in logudorese e nel Novecento i poeti più importanti sono stati Antioco Casula, noto come Montanaru, con una poesia dalle forme e dai temi molto vari che alle volte varcò i confini dell’isola; Pietro Casu che alla composizione di rime accompagnò una traduzione in terza rima della Divina Commedia; Pietro Mura che cantò nelle sue liriche la situazione della gente umile e Antoninu Mura Ena che con le sue poesie ricordava la giovinezza a Lula. Ma il poeta di spicco di questi anni è forse Sebastiano Satta che scrisse sia in italiano che in sardo.

Punto di incontro fondamentale per la poesia è stata la prestigiosa rivista “S’ischiglia”, nella quale si possono trovare componimenti poetici di vario tipo. Di grande aiuto per la sua diffusione sono stati anche i numerosi premi di poesia sarda tra i quali i più importanti sono quello di Ozieri e “Il Romangia” di Sennori. Solidissima è inoltre la tradizione di “gare” di poesia estemporanea che continuano ancora oggi.

Nell’ultimo secolo la produzione in prosa, anche se di eccellente livello, è stata però scritta in italiano. Ne sono esempi il premio Nobel Grazia Deledda, Giuseppe Dessì, Gavino Ledda, Salvatore Mannuzzu e Salvatore Satta. L’unica eccezione degna di nota è il romanzo dell’intellettuale Michelangelo Pira: Sos Sinnos, pubblicato postumo nel 1983, forse uno dei primi romanzi in lingua sarda (se non addirittura il primo).

Negli ultimissimi anni si è fatto un grande sforzo di traduzione al sardo di opere della letteratura universale, come per esempio l’Iliade, tradotta da Tonino Rubattu.

Sono nate anche moltissime collane di letteratura sarda, con autori sardi che scrivono sia in italiano che in sardo e autori non sardi che scrivono sulla Sardegna. La letteratura sarda, scritta nella maggior parte dei casi purtroppo ancora in italiano, conta, tra gli altri, autori come Sergio Atzeni, Giorgio Todde o Marcello Fois, il quale, alla narrazione in lingua italiana, unisce l’ambientazione nell’isola e i dialoghi spesso in sardo o in italiano regionale, con uno stile che è riuscito a varcare, non solo i confini dell’isola, ma anche quelli dell’Italia, ed è ora tradotto in diversi paesi. Il successo di tali pubblicazioni fa ben sperare insieme alla possibilità di una standardizzazione e una normalizzazione de sa limba in un futuro possibile per il sardo.

 

 

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* Questo articolo fu pubblicato, in catalano, nel 2005 sulla rivista Europa parla (I). Llengües romàniques minoritzades d'Europa, in M. D. Burdeus e J. Verdegal (eds.), Anuari de l'agrupació borrianenca de cultura, XVI. La versione online che qui si presenta ne è una rielaborazione (© 2008 Midesa s.r.l.). Nel 2011 tale rielaborazione è stata tradotta in portoghese.

[1] Termine coniato da Berruto (2005: 207): “La ‘dilalia’ si differenzia fondamentalmente dalla diglossia perché il codice A è usato, almeno da una parte della comunità, anche nel parlato conversazionale usuale, e perché, pur essendo chiara la distinzione funzionale di ambiti di spettanza di A e di B rispettivamente, vi sono impieghi e domini in cui vengono usati di fatto, ed è normale usare, sia l’una che l’altra varietà, alternativamente o congiuntamente. È la situazione da considerare tipica della maggior parte dell’area italo-romanza”.

[2] Anche i Sardi che non sono Latini, ma che sembra si possano ai Latini associare, cacciamo poiché sembrano proprio gli unici a non disporre di un proprio volgare, imitando la grammatica come le scimmie imitano gli uomini; infatti dicono domus nova e dominus meu.

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